denis curti, La memoria fatta a mano

Il lavoro artistico di Giovanni Rubino è ricco di esperienze di sentimenti. Impossibile restare impassibili di fronte a queste opere. La sua mano fluttua tra segrete omissioni e virate cromatiche del bianco e nero. Il tocco della matita sui fogli stesi delle lapidi resta delicato e definitivo allo stesso tempo. Ricalcare vuol dire sottolineare. Restituire vita e memoria alla storia recente e troppo spesso dimenticata.
Tra le necessità della percezione e le tecniche di espressione, il dialogo si stringe.
Al punto che guardando le opere di Rubino si incomincia ad articolare un dialogo quasi impercettibile, ci si trova così a sperimentare con la fotografia e la pittura militante.
Il suo disegno somiglia a infinite spirali. E di fronte a queste opere si srotola ogni centimetro della propria inerzia per avvolgersi nel suo percorso per poi indossarlo. Farlo proprio.
E tutto appare come sfocato, gli spigoli svaniscono e i toni risultano sfibrati, sfiniti.
Il divenire viene intrappolato in caratteri orizzontali e in filamenti di energia vibrante.
Una materia quasi viscosa impregna un simulacro sfuggente.
Macchie di densità ondeggiano nel riverbero della massa che rappresentavano.
E noi galleggiamo tra le fotografie dei molti amici che lo hanno ripreso mentre il suo pensiero trasversale ci attraversa, dall’alto della sua scala.
Lì ricordi e pensieri remoti, trascurati ricorrono in un algoritmo, e finalmente riaffiorano.
Lo sguardo corre e vira fino a fermarsi per setacciare la velocità di un istante, per capire che a cavalcare il vento se ne perde la sensazione.