Roberto Mutti: L’archeologo del presente

Era il 1970 e Milano una città viva dove si poteva pensare di realizzare progetti di grande respiro come quello voluto da Pierre Restany che qui scelse di ricordare il decennale del gruppo Nouveau Réalisme con una serie di bellissime performance e installazioni. Christo, che ancora non era l’artista affermato in tutto il mondo che è poi diventato, scelse di ricoprire coi suoi teli bianchi il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo e quello a Leonardo da Vinci in piazza della Scala. Non era una vera provocazione ma una messa a punto perché, nascondendoli alla vista, l’artista permetteva ai cittadini di interrogarsi seriamente su un fatto: pur potendole sempre vedere, ben pochi osservavano davvero quelle statue e l’unico modo per far tornare su di loro l’attenzione era farle momentaneamente sparire in un ben confezionato impacchettamento. Molti capirono e si interrogarono su un tema così delicato come quello della memoria storica, altri si mobilitarono lamentando una supposta lesa maestà. Un’associazione di reduci della guerra scese in campo in difesa di Vittorio Emanuele II (dimostrando, appunto, molte carenze storiche: i Savoia meriterebbero metaforici calci nel sedere per i danni che hanno fatto, altro che monumenti) mentre i neofascisti bruciarono l’impacchettamento di Leonardo senza un vero perché se non quello di essere neofascisti e di avere sempre una grande paura della cultura, salvo poi lamentarsi dell’egemonia della sinistra in questo campo.
Mi sono venuti in mente questi lontani episodi seguendo il lavoro di Giovanni Rubino attraverso i suoi racconti e quelli dei fotografi che lo hanno seguito e vedendo il risultato finale del suo progetto ora completato. Molte cose sono cambiate in questa città – qualcosa in meglio, quasi tutto in peggio – e quello della memoria resta un tema di bruciante attualità, colpevolmente sottovalutato dalle sedicenti Autorità, interessate semmai a riscrivere la storia a proprio vantaggio, come da un’opinione pubblica tutta concentrata sul presente. Pensare a soluzioni di ampio respiro è giusto quanto impraticabile (invocare la scuola e l’educazione è diventato un esercizio retorico) e allora c’è bisogno di piccoli, grandi gesti come quelli che Giovanni Rubino ha compiuto armandosi di pochissimi strumenti: una lunga scala, dei grandi fogli di carta, una bella matita di grafite. Forse non ci vuole più il clamore, forse basterebbero la determinazione e la consapevolezza per cominciare ad avanzare per passi che sembrano piccoli e forse non lo sono. Le performance compiute da Rubino somigliano a dei riti nella misura dei gesti, nella linearità della sequenza, nel meccanismo dello svelamento che li conclude. Forse in molti, vedendolo all’opera, si sono chiesti che era quell’uomo che si arrampicava sui gradini, cercava un equilibrio stabile e si soffermava davanti a lapidi spesso oramai illeggibili. La risposta è semplice: è un archeologo della contemporaneità. Si aggira non fra le rovine di un’antica civiltà, ma fra le pieghe di una apparentemente vitale e l’aiuta a scoprire reperti tutti da interpretare, storie di cui riappropriarsi perché parlano di uomini che hanno rinunciato a se stessi per costruire un mondo più giusto e più libero. Libero anche di dimenticarli, anche se questo è più rischioso di quanto non si pensi.