Cesare Colombo: Un gesto silenzioso

Su questo lavoro di Giovanni Rubino affiorano immediatamente diverse riflessioni. Cercherò di farne una breve sintesi. Si tratta anzitutto, come dice il tema, di un’azione fisica, e concettuale, che opera sul trascorrere del tempo; sui simboli-valori di una città,
ieri vivi, e oggi all’apparenza perduti. Le lapidi ai caduti della Resistenza, collocate più di sessant’anni fa, alludono ad episodi di drammatico eroismo, ma anche ad emozioni e progetti che possono apparire obsoleti. Che sicuramente ormai sfuggono al ricordo ed alla coscienza dei cittadini più giovani, dei ragazzi che passano sotto, e amoreggiano sul marciapiede. Il marmo coperto di smog, le corone con le foglie secche, che le delegazioni Anpi ormai non riescono a sostituire… le stesse parole, moderatamente-correttamente ‘retoriche’ che le lapidi esibiscono, rischiano di perdere il loro senso comunicativo. E così
il ricalco operato da Giovanni diventa il gesto rivelatore per un progetto non banale.
Che vuole sottintendere una sorta di recupero di quelle parole, ma indica anche un modo rinnovato di scriverle. Un gesto silenzioso che prelude a modelli di memoria rinnovati, proprio perché non li enfatizza, non li vuole declamare.
Ed ecco le fotografie, il video, tutto il lavoro di altri autori che a loro volta leggono a modo loro l’episodio, e chiudono – per ora – il cerchio. Se Giovanni Rubino, coi suoi gesti, sembra ripetere in forma rituale quei lontani sacrifici, volendo quasi recuperarli… suggerisce nel contempo, di fronte agli obbiettivi dei suoi amici, che il proprio intervento personale, nello svolgersi, si trasforma in qualcos’altro.
Solo rivedendo – sotto angolazioni sempre diverse – quei gesti, collocandoli nei desolati spazi urbani di oggi, si può tentare la misura o la comprensione dell’odierno ‘contesto’ culturale. L’alienante quotidianità che oggi circonda quei segni di memoria, sembra averli letteralmente divorati. Proprio come i rovi selvatici coprono le tombe nei cimiteri abbandonati, qui il nuovo ‘arredo urbano’ fatto di plastica, ruggine, fessure, lesioni, poster, cavi ( senza più tensione ) assedia i rapidi gesti di Giovanni…
Forse è giusto così. Quei nomi, quelle vite brutalmente distrutte – per ideali spesso traditi – rinasceranno forse dentro futuri modelli storici, diversissimi. Su muri nuovi, che noi non vedremo. Oggi l’importante, caro Giovanni, è non cancellare e non permettere che venga cancellato nulla. Ma rivedere, ricalcare, reinterpretare, rivivere tutto. Lungo tutti i marciapiedi delle nostre città. Lungo tutte le nostre piccole vite.
Aprile 2007